Il panno Casentino è uno di quei materiali “poveri” ma che al tempo stesso riescono a essere raffinatissimi e anche un po’ snob. Intanto perché paradossalmente sono ancora in molti a non conoscerlo e a riconoscerlo e poi perché contrapposto ad alcuni materiali e tessuti ipertecnici di ultima generazione è di una autenticità disarmante. Il panno Casentino, con una storia lunga 7 secoli alle spalle, è in qualche modo un’icona del Made in Italy.

Una stoffa di pura lana unica, ed esportata in tutto il mondo.

 

Questo tessuto di lana veniva lavorato, nella vallata di Casentino, in provincia d’Arezzo, già in epoca Etrusca e Romana e nel 1300 gli abitanti del palagio fiorentino di Stia pagavano le tasse a Firenze usando proprio i panni di lana. Inconfondibile per i suoi caratteristici riccioli, ottenuti con la “rattinatura” (spazzolando la lana con una pietra) è un tessuto caldo e molto resistente.  Il ricciolo, infatti,  rendeva questo “spesso panno” resistente all’usura e alle intemperie e adatto a ogni necessità. Creando un perfetto isolamento termico senza impedire in alcun modo la traspirazione.

 

Dalla tradizione rinascimentale si tramanda ancora l’antica arte della lana del Casentino. Con questi panni nel Rinascimento si cucivano le tonache dei frati della Verna e di Camaldoli.

 

Soffice, vaporoso, confortevole ma anche caldo, resistente ed impermeabile; deve i suoi inconfondibili riccioli alla ratinatura, una speciale spazzolatura con denti di acciaio, alla base del suo perfetto isolamento termico ed impermeabilità. E’ il panno Casentino emblema ed orgoglio della vallata casentinese dove questo particolarissimo e sofisticato tessuto di lana, richiesto dalle griffe italiane che hanno a cuore il mix fra tradizione e ricerca, si produce nei centri di Stia e di Soci. In origine se ne apprezzavano le sue qualità di resistenza all’usura e alle intemperie tant’è che col panno grosso di Casentino in tinta “bigia” nel Rinascimento si cucivano le spesse e ruvide tonache dei frati della Verna e di Camaldoli. Nei secoli successivi divenne il tessuto più richiesto per cucire tabarri, mantelli, cappe, ma anche ad uso dei barrocciai per coprire e proteggere i loro cavalli. Dalla fine dell’Ottocento poi questa particolarissima lana col ricciolo verrà utilizzata anche per confezionare giacconi e cappotti maschili (indimenticabili quelli a doppio petto nelle due classiche tinte, arancio e verde con martingala e collo di volpe, adatti per attività all’aperto come andare a caccia o montare a cavallo), espressione di un look classico, elegante e sportivo, tant’è che … di un bel Cappotto Casentinoera provvisto il guardaroba di Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e del barone Bettino Ricasoli!

E se all’inizio … si trattò di un errore (un uso improprio della rubia, colorante vegetale per il rosso da cui scaturì un rosso aranciato), le calde e avvolgenti tinte dell’arancio divennero il suo colore simbolo, che oggi insieme ad un’infinita varietà cromatica (dal bianco al giallo, al verde, viola, blu, nero, ecc.) continuano ad essere prodotte per capi moda ma anche per accessori a vantaggio di una clientela femminile e maschile moderna e sofisticata. A ottobre nel centro di Stia è aperto il Museo dell’Arte della lana inaugurato all’interno dello storico lanificio (attivo fino al 1985), ristrutturato grazie alla Fondazione Luigi e Simonetta Lombardi e alla passione ed investimenti di Simonetta Lombardi, fra le prime a introdurre le macchine tessili in Italia. Qui venivano prodotti i panni militari di casa Savoia e per un certo periodo anche gli abiti dei soldati italiani.

 

E sarà un’esperienza unica visitare i vari ambienti che un tempo accoglievano migliaia di lavoranti, con i vecchi telai, i filatoi ed altri macchinari dal sapore antico: lo scardasso, la cantra, l’orditoio, la lupa cardatrice esposti insieme ai libri mastri e alle foto d’epoca

 

espositore latte pecora